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16 dicembre 2007
Ordinanze immigrati: Bianchi, Moratti prenda distanze da manifestazione Lega
“Letizia Moratti prenda le distanze dalla manifestazione promossa domenica a Milano dalla Lega” per chiedere che tutti i Comuni del Nord adottino ordinanze sull’esempio di Cittadella. E’ questo l’appello rivolto al sindaco di Milano dal coordinatore provinciale del Pd, Giovanni Bianchi. “La confusione nello schieramento di centrodestra – afferma Bianchi - è sempre più evidente: Letizia Moratti, secondo quanto riportano gli organi di stampa, avrebbe manifestato la sua intenzione a partecipare al corteo del Carroccio, corteo dal quale ha preso, invece, le distanze il maggior partito della coalizione che la sostiene, bollando le iniziative leghiste come proposte demagogiche e propagandistiche. Senza contare la contraddittorietà del comportamento di un sindaco che si dimostra sensibile agli insegnamenti del Dalai Lama e che, poi, vorrebbe sfilare in un corteo di chiara matrice razzista”. “Le ordinanze di Cittadella – prosegue il responsabile del Pd - sono norme populiste che non servono al bene della comunità milanese. Letizia Moratti si adoperi piuttosto per realizzare in pieno, d’intesa con il prefetto, il ‘Patto per Milano sicura’ siglato ben sette mesi fa con il Ministero dell’Interno. Patto che mette a disposizione della città 100 agenti di polizia, 130 carabinieri, 95 finanzieri e un fondo speciale allocato presso la contabilità della Prefettura. E’ inutile dare la croce addosso a Roma quando le responsabilità sono meneghine”.
Minori sfruttati: Bianchi, Pd non farà sconti su sicurezza “Il Partito democratico a Milano non farà sconti sulla sicurezza”: così il coordinatore provinciale del Pd, Giovanni Bianchi, commenta l'arresto da parte della Polizia di Stato di un'organizzazione criminale di rom rumeni attiva nello sfruttamento di minori costretti a compiere borseggi e scippi. “Accanto alla tolleranza zero nei confronti di questi sfruttatori – afferma Giovanni Bianchi – naturalmente ci adopereremo perchè si costruiscano, con le istituzioni e le associazioni a scopo sociale presenti sul territorio, politiche volte a prevenire i fenomeni criminosi e a garantire un futuro alle giovani vittime di questo barbaro racket. Un racket che si consuma e prolifera sotto i nostri occhi nella quotidianità e che alimenta il senso di insicurezza dei cittadini, inducendo persino la paura a denunciare”. “Ci impegneremo – conclude Bianchi - perché Milano e la sua provincia non siano una somma di ghetti schiacciati tra loro, ma una realtà pienamente vivibile, sicura e profondamente umana”.
| inviato da comevedilapolitica il 16/12/2007 alle 11:7 | |
29 novembre 2007
Anno nuovo, corso nuovo...
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Corso 2008 - CHIUDERE LA TRANSIZIONE? Valori, programmi, partiti, gruppi dirigenti |
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C’è un punto dove il destino e la missione della politica si incontrano ed è nell’esigenza di chiudere la transizione infinita. Insopportabile ormai per la società italiana prima ancora che per la classe politica. Su questo terreno i riformismi superstiti vengono sfidati. Non importa se di matrice variamente cattolica o variamente laica: importa se sono in grado di risposta. Uscire dalla retorica è la sfida che li attende.
L'inizio è sabato 1 dicembre con la presentazione di Giovanni Bianchi, inviaci una mail per avere maggiori informazioni o per iscriverti al corso.
Le lezioni si terranno presso la Sala Verde della Corsia dei Servi in Corso Matteotti 14 a Milano dalle 9,30 alle 13,00 nei giorni di sabato, il Corso è aperto a tutti e non sono richiesti particolari requisiti per potervi partecipare. La quota per tutto il corso è di 10,00 euro a persona che si potranno versare direttamente all'ingresso della Sala Verde la prima volta che si assiste a una lezione.
Scarica il pieghevole di presentazione o la locandina A3 del corso. |
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| il programma del corso |
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| 1 dicembre 2007 |
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Giovanni Bianchi: presidente dei Circoli Dossetti, presentazione del corso |
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| 1 dicembre 2007 |
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Luciano Gallino: Tecnologie e democrazia. Conoscenze tecniche e scientifiche come beni pubblici introduzione di Lorenzo Gaiani |
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| 12 gennaio |
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Mario Deaglio: Postglobal Introduce Pierangelo Colico |
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| 2 febbraio |
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David Bidussa: siamo italiani introduzione di Andrea Rinaldo |
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| 1 marzo |
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Michele Salvati: Il partito democratico per la rivoluzione liberale introduzione di Giovanni Bianchi |
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| 5 aprile |
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Luigino Bruni: La ferita dell'altro, economia e relazioni umane introduzione di Salvatore Natoli |
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| 17 maggio |
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Salvatore Natoli: La salvezza senza fede introduzione di Roberto Diodato |
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| 7 giugno |
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Spiritualità e politica in Carlo Maria Martini. Coordina il confronto Sandro Corti. Virginio Colmegna (in collaborazione con Massimo Mapelli): È bello per noi stare qui Giovanni Bianchi: Martini "politico" e la laicità dei cristiani
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| 9 giugno |
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Lea Melandri: Le passioni del corpo, la vicenda dei sessi tra origine e storia introduzione di Marica Mereghetti | |
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i materiali di comunicazione pieghevoli e locandine si possono scaricare in formato PDF cliccando sull'immagine o sul testo di descrizione |
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| inviato da comevedilapolitica il 29/11/2007 alle 10:13 | |
24 novembre 2007
PD: GIOVANNI BIANCHI NOMINATO COORDINATORE PROVINCIALE MILANO
(AGI) - Milano, 24 nov. - Giovanni Bianchi e' stato eletto oggi coordinatore provinciale di Milano del Partito Democratico. La nomina e' avvenuta nel corso dell'Assemblea dei delegati che si e' tenuta a Sesto San Giovanni. A favore di Bianchi 237 delegati su 284 votanti. Bianchi, 67 anni, parlamentare del centrosinistra dal 1994 al 2006 e' stato in passato presidente nazionale delle Acli. "Una grande scelta tra efficacia e valori - ha commentato la ministra per le pari opportunita' Barbara Pollastrini. La scelta di Bianchi e' una grande scelta che apprezzo molto". (AGI)
Nato a Sesto San Giovanni (Milano) nel 1939. Laureato in Scienze politiche presso l’Università Cattolica di Milano, con una tesi sui Paesi afro-asiatici, ha poi conseguito l’abilitazione in Filosofia e storia, materie che ha insegnato nei Licei. Ha collaborato brevemente in qualità di redattore al quotidiano cattolico L’Italia, quando ne era direttore Giuseppe Lazzati. Nello stesso periodo partecipa - col Centro “Ricerca” di Sesto S. Giovanni - all’attività di aggiornamento culturale che anima la Chiesa del Concilio e del post-Concilio. Eletto nelle liste della DC, fino al 1969 è consigliere comunale, a Sesto San Giovanni, occupandosi di problemi della scuola. La fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta lo vedono, inoltre, impegnato nel lavoro di animazione sociale e culturale sul territorio ed in ambito pubblicistico, e nelle dinamiche sociali e sindacali del periodo: fonda a Milano, con Sandro Antoniazzi e Bruno Manghi, il “Centro Operaio”, di cui dirige i “Quaderni”. E’ iscritto alle Acli e prende parte al Congresso di Cagliari (1972); viene, successivamente, eletto Presidente Regionale delle Acli Lombarde e riconfermato per più mandati. In questa veste organizza i grandi incontri di dibattito e di studio “Cristiani e internazionalismo” (Milano 1973) e “Ispirazione cristiana, cultura cattolica, azione politica”(Bergamo, 1975). Svolge, nel frattempo, una intensa attività pubblicistica, occupandosi di temi legati al movimento operaio, alla condizione giovanile, all’associazionismo, alle dottrine sociali e politiche, alla storia delle culture popolari. Collabora con riviste quali “Animazione sociale”, “Testimonianze”, “Rocca”, “Il Tetto”, “Rivista di teologia morale”, “Quaderni di Azione sociale” e partecipa all’itinerario del periodico “Pianura” (ricerche e analisi linguistiche) e poi di “Container”. Collabora con riviste, quali “Animazione sociale” e “Rocca”, e dal 1987 ha diretto la rivista di spiritualità e politica “Bailamme”. Lungo tutti questi anni raduna attorno a sé un gruppo di giovani, impegnandolo, per militanza sociale e volontariato, in un lavoro comune di elaborazione socioculturale, educativa, teologica e politica; parte del lavoro editoriale di quegli anni, fino all’inizio degli anni Novanta, è firmato a due o più mani. Forti legami ed esperienze comuni sussistono anche negli itinerari di politica ed azione sociale. Chiamato a far parte della Presidenza Nazionale delle Acli dopo il congresso di Roma (1985), assume la carica di Vice Presidente nazionale, con l’incarico alla formazione. Il Consiglio nazionale delle Acli lo elegge Presidente nazionale il 30 maggio 1987, viene riconfermato dopo il Congresso nazionale di Milano (1988) e dopo il Congresso nazionale di Roma (1991). Particolarmente intenso è il rapporto con il teologo padre Marie Dominique Chenu, domenicano, francese, esponente di spicco del rinnovamento tomistico e della nouvelle théologie, ascoltato perito al Concilio Vaticano II. E’ del teologo francese l’invito alle Acli a ripensare il lavoro e il movimento operaio come luogo teologico. Dal 1994 al 2006 è stato deputato al Parlamento italiano. Ha fatto parte della commissione Affari Esteri. E’ stato relatore della legge per la remissione del debito ai paesi poveri e ha presieduto il Comitato permanente della Camera dei Deputati per gli Italiani all’estero. E’ presidente e fondatore dei Circoli Dossetti di cultura e formazione politica che, partiti a Milano, stanno sorgendo anche altrove (Salerno, Genova). E’ presidente dal 2003 del CESPI (Centro Studi Problemi Internazionali) con sede in Sesto San Giovanni. La sua attività pubblicistica ha trovato espressione, in parallelo con il canale di periodici e riviste, in una serie di volumi (alcuni in collaborazione) che attraversano generi e ambiti editoriali diversi: narrativo, poesia, saggistica.
| inviato da comevedilapolitica il 24/11/2007 alle 18:30 | |
22 maggio 2007
Il PD a Milano
ASSOCIAZIONE PERSONA E COMUNITA'
Giovedì 24 maggio 2007 ore 17,00 Via Luini 5 (c/o Acli regionali lombarde)
Convegno sul tema: Il Partito Democratico a Milano
PROGRAMMA
Saluto di Gianni Bottalico e Giambattista Armelloni
Introduce: Giovanni Bianchi Presidente Ass. Persona e Comunità
Ne discutono: Aldo Bonomi direttore di Aaster e di Communitas
Michele Salvati Docente universitario ed editorialista del Corriere della Sera
Seguono interventi
| inviato da il 22/5/2007 alle 12:27 | |
9 ottobre 2006
LA SFIDA DEL LIBANO
MARTEDI’ 10 ottobre alle ore 21 presso lo Spazio Contemporaneo di Villa Visconti d’Aragona, via Dante, 6 a Sesto San Giovanni il CESPI (Centro Studi Problemi Internazionali) e il settore dell’Assessorato alla cultura Biblioteca Civica, organizzano un dibattito sul LIBANO condotto da David Bidussa, direttore della Biblioteca della Fondazione Feltrinelli, e moderato da Giovanni Bianchi
| inviato da il 9/10/2006 alle 17:45 | |
9 ottobre 2006
Dall'imagine tesa (Clemente Rebora)
Tra poco mi reco alla Sala consigliare del Comune di Bresso dove, alle 17.30, per una iniziativa organizzata dal Circolo Guernica, terrò una lectio brevis su Clemente Rebora. Per chi di voi vorrebbe esserci, ma non può, gli lascio questi stupendi versi di questo unico poeta...
Dall'imagine tesa vigilo l'istante con imminenza di attesa - e non aspetto nessuno: nell'ombra accesa spio il campanello che impercettibile spande un polline di suono - e non aspetto nessuno: fra quattro mura stupefatte di spazio più che un deserto non aspetto nessuno: ma deve venire, verrà, se resisto a sbocciare non visto, verrà d'improvviso, quando meno l'avverto: verrà quasi perdono di quanto fa morire, verrà a farmi certo del suo e mio tesoro, verrà come ristoro delle mie e sue pene, verrà, forse già viene il suo bisbiglio.

| inviato da il 9/10/2006 alle 15:33 | |
9 ottobre 2006
Telecom, la luna e il dito
Le polemiche di questi giorni sulla questione Telecom, culminate nell' indegna gazzarra allestita dalla destra contro Romano Prodi nell' aula parlamentare il 28 settembre , ricordano sempre più la famosa parabola cinese del dito che indica la luna, e dello sciocco che si sofferma sul dito.
Il dito, in questo senso, è il famoso progetto “artigianale” sulle modalità di un piano di salvataggio di Telecom predisposto dall' ormai ex consigliere di Palazzo Chigi Angelo Rovati, che viene considerato dall' opposizione come la prova provata della malafede di Prodi, mentre la luna sono le circostanze della crisi Telecom, ossia le motivazioni per cui quel progetto di salvataggio - come altri simili- si è reso necessario.
Il problema sta tutto lì, nella piramide di circa 40 miliardi di euro di debiti su cui era seduto fino a qualche settimana fa Marco Tronchetti Provera, a cui il patron della Pirelli aveva cercato di dare una prima riposta con la proposta, formulata l' 11 settembre scorso, di uno scorporo della telefonia mobile (TIM) dall' insieme del gruppo - dopo che era intercorso pochissimo tempo dall' accorpamento delle due società- intendendola come preludio alla messa sul mercato di TIM stessa con lo scopo di fare cassa per sanare la sofferenza debitoria.
A ciò si é aggiunto lo scandalo delle intercettazioni illegali ordinate da Telecom, che di fatto ponevano sotto controllo migliaia e migliaia di utenze per raccogliere dati personali sensibili per finalità ignote, collocandosi al crocevia di oscure vicende come quelle relative al rapimento dell' imam Abu Omar compiuto dalla CIA con la complicità di agenti del SISMI e alla vicenda di “Calciopoli”. Spionaggio, lotta al terrorismo, duro confronto con l'slam si mischiano al gossip e magari a Boccaccio in una salsa tutta italiana e tutta già conosciuta e comunque di sapore non so se più stucchevole o indigesto.
Detto in sintesi, il risultato, al netto della vicenda delle intercettazioni che andrà meglio definita in tutti i suoi dettagli, è l' ennesima variazione su un tema tutto nostrano che Giuseppe De Rita ha affrontato con rara lucidità su La Repubblica del 19 settembre. De Rita comincia col mettere sotto la lente “quei grandi manager che sono spinti dalla tentazione di fare risiko in ogni settore, perseguendo salti dimensionali che spesso hanno come motorino inconfessato la tentazione della stock-option personale, motorino emotivamente più stimolante di piani strategici talvolta scritti dopo che le operazioni si sono concluse”. Non a caso, osserva il fondatore del Censis, “molte recenti improbabili avventure hanno avuto dietro non un investitore capitalista ma manager legati a operazioni a debito attenti al proprio interesse, non sempre combaciante con quello dei propri azionisti e della collettività”.
Non è pratica inventata da noi dal momento che anche qui gli Stati Uniti ci hanno da tempo preceduti facendo le cose su loro misura…La Enron è diventata in proposito uno scandaloso caso di scuola.
Ma anche in Italia non siamo né alla novità né all'anno zero dal momento che i precedenti illustri non mancano. Sedicenti capitani coraggiosi, fra un' incensatura ed un' altra da parte di stampa e televisioni, hanno condotto alcune delle principali aziende italiane, oltretutto in settori strategici, sull'orlo del disastro quando non direttamente dentro il baratro.
De Rita ha cura d'annotare che a rendere possibili tali operazioni ha concorso la sinergia con i grandi manager delle banche d'affari ( “ce le ritroviamo dappertutto perché innescano combinazioni d'interessi enormi e qualche volta si insediano pure nei gangli più vitali del potere politico” ) e dei grandi istituti di credito, “pieni di soldi e alla disperata ricerca di impieghi”.
De Rita non fa nomi,adducendo la buona ragione che tanto sono di pubblico dominio e certamente non ignoti ai ministri interessati. Porta controcorrente e da antico saraceniano l'esempio dell'Iri, nella convinzione che per governare il capitalismo attuale “ci vuole un potere reale della politica e dello Stato come soggetto degli interessi collettivi”.
Soggetti che si aggirano o dovrebbero aggirarsi intorno a un settore strategico come quello della telefonia fissa e mobile onde evitare di ulteriormente scivolare lungo una montagna di sapone, con il presumibile risultato di metterla in mani straniere, scaricando gli errori della dirigenza rispettivamente sugli utenti, che si vedrebbero le tariffe rincarate, sui lavoratori, che rischierebbero sensibili tagli occupazionali, e su tutto il Paese, che sarebbe espulso da uno dei contesti produttivi (e strategici anche nel campo della sicurezza nazionale, come si vede) di maggiore importanza in questa fase storica.
Appare quindi fin troppo generoso il pur valente Alberto Statera quando, analizzando i dati di due studiosi di Bankitalia che dimostrano come il 10% delle famiglie più ricche possegga oltre il 40% della ricchezza nazionale, mentre il 10% delle più povere ne possiede lo 0.3%, afferma che “le disuguaglianze sono spesso risultato dei meriti di ciascuno,delle capacità e dell' impegno individuali”(La Repubblica del 28 settembre). No, non è sempre così. Anche perché troppe volte le persone che si sono rese responsabili di un clamoroso flop aziendale hanno pensato a premiare in primo luogo se stesse.
Sintomatica in questo senso sarebbe, a dar retta alle cronache, una battuta pronunciata in quei giorni da chi, offeso dalle prime critiche del Governo rivolte al piano aziendale, avrebbe affermato che “finchè la proprietà privata esiste in questo Paese io faccio quello che voglio”. Forse si ignora che sono ancora in vigore gli articoli 41 e 42 della Costituzione che stabiliscono come la proprietà privata e l'iniziativa economica siano sì libere, ma soggette a precisi vincoli, che sono quelli dell' utilità sociale, e che anzi a tale utilità possano e debbano essere indirizzate.
Certo, la pianificazione economica anche in un contesto di economia mista non ha dato grandi risultati, ma questo non giustifica, come finemente ha rilevato Luciano Gallino, l' abbandono di ogni idea di politica industriale indirizzata e sostenuta dai pubblici poteri, che è moneta corrente negli USA, in Francia, in Germania, nel Regno Unito, paesi tutti che hanno tassi di sviluppo industriale più alti del nostro proprio perché hanno da tempo seppellito la retorica del “piccolo è bello” , mentre la realtà - ed una fila di capannoni vuoti- hanno da tempo fatto giustizia della mitologia del Nord Est.
Ecco, una politica economica ed industriale che si proponga di indirizzare le risorse verso il pieno impiego, rinunciando a far pagare ai lavoratori e ai consumatori le contraddizioni di un ceto imprenditoriale e manageriale ripiegato su se stesso potrebbe essere il degno corollario alla buona legge finanziaria che il Governo Prodi ha appena licenziato.
| inviato da il 9/10/2006 alle 15:27 | |
5 giugno 2006
VOTATE NO AL REFERENDUM 25/26 GIUGNO

| inviato da il 5/6/2006 alle 10:34 | |
7 maggio 2006
La rotta da seguire di Giovanni Bianchi
Dopo qualche esitazione di troppo, dopo qualche giochetto di troppo, magari anche dopo qualche ambizione senile di troppo, le Camere hanno i loro Presidenti, e non c’è da dubitare che Fausto Bertinotti e Franco Marini sapranno onorare l’ alta funzione che è stata loro attribuita. D’ altro canto, il clima di “guerra civile a bassa intensità”, come è stato definito, che la propaganda berlusconiana ha indotto nel Paese grazie alla sua geometrica potenza di fuoco mediatico, trasfigurando una normale divisione elettorale in una spaccatura apocalittica che ricorda il “Carmagnola” manzoniano ( “i fratelli hanno ucciso i fratelli”), è ora necessario che buon senso e fermezza diventino le parole d’ ordine di una nuova fase che permetta, nel rispetto della distinzione fra maggioranza ed opposizione in un contesto bipolare, di recuperare normalità di rapporti e funzionalità della macchina istituzionale. In questo senso, diventa necessario procedere quanto prima all’ assegnazione dell’ incarico di formare il Governo a Romano Prodi, capo della coalizione vincente, in modo che l’ Italia non sia governata ancora per qualche settimana da un Governo che l’ elettorato ha democraticamente ripudiato, e la cui presenza costituisce un oggettivo elemento di imbarazzo per il profilo interno ed internazionale del nostro Paese nel momento in cui esso si trova ad affrontare pesanti scadenze. La stessa questione dell’ elezione del Presidente della Repubblica potrebbe diventare un punto di confronto positivo fra i due schieramenti nel momento in cui si abbandonassero, soprattutto da destra, atteggiamenti pregiudiziali che nuocciono all’ idea stessa del dialogo, ben simboleggiati dall’ incredibili parole dell’ on.Bondi sui rischi per le pubbliche libertà se al Quirinale venisse eletto un esponente del centrosinistra, come se nella storia del Paese non fosse mai accaduto che tutte le più alte cariche venissero detenute dai partiti di maggioranza, senza che ciò compromettesse in alcun modo la democrazia. Né giova che il Cavaliere metta in tutta serietà come primo della sua rosa di papabili per l’ alto incarico un suo dipendente quale è il pur meritevole dr. Gianni Letta: il meno che si possa dire è che la destra, almeno nel suo massimo esponente, oscilla perennemente fra perdita del piano di realtà e gli umori ribellistici che echeggiano quel “sovversivismo delle classi dirigenti italiane” così profondamente analizzato da Antonio Gramsci. Ben altre sono le preoccupazioni che il Governo e la maggioranza che lo sostiene hanno davanti a sé, a partire dal desolante lascito economico e sociale del Ministero uscente e dalla problematica situazione internazionale, che andrà affrontata con prudenza e sensibilità ad esigenze che non siano più quelle di un adagiamento sistematico sulle ragioni dell’ “alleato” imperiale. Analizzando in modo spassionato l’ esito delle elezioni potremmo dire che vi sono almeno tre questioni principali su cui l’ Unione ed il suo Governo dovranno impegnarsi. La prima è quella della cosiddetta,eterna “questione settentrionale” che sembra riaffacciarsi dopo il risultato oggettivamente negativo ottenuto dal centrosinistra che, oltre alle prevedibili sconfitte in Lombardia ed in Veneto, sconta anche un risultato negativo nel Piemonte conquistato lo scorso anno alle regionali. Da qui, le solite litanie sulla sinistra intellettuale che non capisce la “rude razza pagana (e padana)” dei “padroncini” del Nord. Mi sembra corretta la diversa interpretazione avanzata da Ilvo Diamanti sulle colonne di “Repubblica” del 16 aprile, quando ha ricordato, dati alla mano, che il partito di Berlusconi ha perso nel giro di cinque anni, il 9% dei consensi in Piemonte (dove del resto la vittoria della destra è stata di stretta misura), oltre il 7% in Veneto ed il 5% in Lombardia, mentre la Lega Nord prosegue la sua erosione che ormai l’ ha ridotta alla metà dei consensi rispetto al 1996, mentre avanzano i partiti cosiddetti ad “impianto meridionale” come AN e UDC. Ciò significa che, per certi versi, la delusione verso Berlusconi c’è sicuramente stata, ma si è manifestata in un travaso di voti nella coalizione. Nello stesso tempo, la percezione dell’ Unione, verso la quale vi è una forma di atavica diffidenza in certi territori, come il partito delle tasse e delle regole (cosa che gli stessi esponenti della nostra coalizione hanno goffamente avallato con inopportune dichiarazioni nel rush finale della campagna elettorale) ha spinto elettori tentati dal cambiamento o dall’ astensione a dare in extremis uno sfiduciato consenso alla destra, che proprio perché giunto alla fine non è stato rilevato dai pur esperti specialisti di sondaggi. La seconda questione è quella dell’ Ulivo, la lista che di gran lunga si è imposta come prima forza politica del Paese, superando la somma del risultato al Senato dei partiti che lo componevano (soprattutto DS e Margherita, e c’ è da chiedersi se il risultato sarebbe stato diverso se anche per la Camera alta fosse stata proposta la lista unitaria). Vi è una spinta oggettiva verso la costruzione di un partito che, raccogliendo i democratici ed i riformisti delle diverse famiglie, possa costituire il perno ed il timone dell’ alleanza di centrosinistra : la consacrazione elettorale può dunque essere il fatto nuovo che porti, con i tempi necessari, alla nascita di questo nuovo soggetto politico. Vi è infine la cosiddetta “questione cattolica”, che è stata agitata da destra e da sinistra in termini spesso smaccatamente strumentali soprattutto in ordine a questioni inerenti la famiglia e la bioetica. Certamente non ha giovato l’ aggressivo e datato anticlericalismo della Rosa nel Pugno (peraltro non premiata dagli elettori) , così come è risultata molesta la predicazione “teo –con” di alcuni settori della destra, e dalla quale in verità pochi esponenti del cattolicesimo organizzato (e fra di essi va sicuramente ricordato il neo Presidente nazionale delle ACLI Andrea Olivero) hanno saputo prendere le necessarie distanze. Probabilmente è giunto il momento di riprendere in mano, in termini teorici e formativi, la questione della cultura cattolico democratica, del suo ruolo nella comunità ecclesiale e in quella civile, e nelle prospettive della politica, intendendola come il contributo possibile per la nascita e la crescita del partito dell’ Ulivo.
| inviato da il 7/5/2006 alle 20:1 | |
15 aprile 2006
Un anno dopo
Tanti auguri di buona Pasqua,
Giovanni.
La figura di Giovanni Paolo II, a un anno dalla morte, è ormai consegnata alla storia e alla memoria, e se questa tende molte volte a tradire, ingigantendo o rimpicciolendo fatti e persone a seconda del proprio metro personale, quella invece ha il compito di ricostruire con pazienza ed attenzione il significato di una figura che ha inciso fortemente nella vita dei popoli e delle Nazioni. Ma se nella prospettiva di chi ha fede la figura del Pontefice assume un carattere ed un ruolo particolare, che vanno ben oltre la sua dimensione umana e lo mettono nella prospettiva affatto unica di tramite e portavoce di Dio sulla Terra, coloro che, credenti o meno, vivono nella dimensione sociale e politica debbono considerare quale sia stato il portato specifico del messaggio del Papa polacco nella complessità della situazione sociale e politica in una fase di grandi trasformazioni. Quando Karol Wojtyla venne eletto al soglio pontificio, nell’ ottobre 1978, la guerra fredda stava entrando nella sua fase più acuta, quella che avrebbe determinato il crollo per crisi entropica di uno dei due interlocutori : ventisette anni dopo, nell’ aprile 2005, il Papa chiuse la sua giornata in un mondo dominato da crescenti insicurezze sociali ed economiche, dalla minaccia di un terrorismo dalle finalità oscure, dall’ evocazione irresponsabile dello “scontro di civiltà” (che egli sempre combattè) e dalla tentazione imperialista dell’ unilateralismo, a cui forse si riferiva un commento durante la “Via Crucis” del 2003, quando ricordava che il grande impero romano simboleggiato dal Colosseo “poi era crollato”. Fu Giovanni Paolo II a rimettere in auge l’ espressione “dottrina sociale della Chiesa”, che Paolo VI aveva implicitamente superato, facendola risorgere come una fenice dalle ceneri, secondo l’ espressione del grande teologo laico Edoardo Benvenuto, nello stesso tempo precisando che essa non era un programma politico, ma il richiamo a valori fondanti ed universali nel quadro di una teologia morale che, per quanto possa apparire incredibile ad alcuni, non si occupa solo di faccende di sesso e di provette. Il frutto maturo dell’ epoca wojtyliana, non a caso comparso pochi mesi prima della scomparsa del Papa, è stato il “Compendio della dottrina sociale della Chiesa”: quando il “Compendio” (cv 338) afferma che “l’ impresa deve caratterizzarsi per la capacità di servire il bene comune della società mediante la produzione di beni e servizi utili”, ed aggiunge che “l’ impresa svolge anche una funzione sociale”, e quando premette che “il diritto alla proprietà privata è subordinato al principio della destinazione universale dei beni e non deve costituire motivo di impedimento al lavoro e allo sviluppo altrui” (cv 282) in fondo non fa altro che riecheggiare, oltre ai testi magisteriali dai cui trae ispirazione, anche testi “laici” importanti come ad esempio la Costituzione della Repubblica italiana che all’ art. 41 stabilisce che “L’ iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’ utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” e al secondo comma dell’ art. 42 stabilisce altresì che “La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”. Da ciò possiamo dedurre che, nella retta concezione dell’ economia che ci è consegnata dalla DSC, al centro di tutto vi è l’ uomo, che deve essere promosso e riconosciuto nei suoi inalienabili diritti in un contesto democratico, e che l’ autentico sviluppo è quello che permette alla persona umana di poter esprimere in pienezza tutte le sue capacità e di venire soccorso nei suoi momenti di debolezza transitori e permanenti. Nella generale architettura di una società che abbia al centro la persona, si deve quindi porre il lavoro come elemento decisivo dell’ attività imprenditoriale ben prima del capitale, giacché è il lavoro a trasformare la materia inerte in prodotto finito a disposizione dell’ uomo. In questo senso il lavoro è espressione massima dell’ attività creatrice e inventiva della persona umana, mimesi dell’ attività creatrice di Dio e, in quanto tale, principio determinante dell’ attività economica di una società che veramente voglia essere a misura d’ uomo. Ciò che si chiede alle forze sociali, ma anche ai detentori del potere politico, è quello di essere capaci di leggere la realtà sociale per quella che è, e non secondo gli occhiali colorati delle ideologie che spesso mascherano interessi non proprio coincidenti con quello generale: l’ evidente situazione di declino economico e sociale in cui il nostro Paese si trova chiede un generale rilancio della concertazione fra i soggetti politici, economici e sociali interessati che sia finalizzato ad uno sviluppo non sono contabile ma anche qualitativo, sociale, umano. Questo è , credo, uno dei lasciti principali di Giovanni Paolo II, e fra i più importanti e significativi.
| inviato da il 15/4/2006 alle 15:28 | |
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